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Piatti e bicchieri compostabili: dove vanno buttati davvero

Vaschette del delivery, bicchieri della festa di compleanno, posate del picnic. Finiscono quasi sempre nel bidone sbagliato, e questo basta a mandare all’aria il vantaggio ambientale. Abbiamo chiesto a MAQA, e-commerce specializzato in monouso ecosostenibile, quali sono gli errori che si ripetono più spesso.

La scena è familiare: fine cena, tavolo da sparecchiare, un mucchio di piatti bianchi che sembrano plastica ma sulla confezione dicevano compostabili. A quel punto quasi tutti aprono il sacco della plastica, che è la scelta più intuitiva e anche quella sbagliata.

Il compostabile va nell’umido, non nella plastica

Un piatto certificato compostabile non è fatto per essere riciclato insieme al PET delle bottiglie. È fatto per essere digerito da un impianto di compostaggio insieme agli scarti di cucina, e va quindi nella raccolta dell’organico. Se finisce nella plastica diventa un’impurità da scartare, con un costo per l’impianto e zero beneficio per l’ambiente.

Il problema si presenta anche al contrario, ed è quello che pesa di più. Nella frazione organica arrivano ogni giorno materiali che compostabili non sono, dai sacchetti di plastica normale alle posate rigide. Per toglierli gli impianti eliminano interi lotti, portandosi via anche il materiale buono. Nel catalogo dello shop di maqa le linee monouso per bar e ristoranti riportano l’indicazione di smaltimento accanto alla scheda prodotto proprio perché la confusione, a valle, si traduce in tonnellate di materiale perso.

Gli esercenti ce lo chiedono di continuo, soprattutto chi fa asporto: dove lo butto questo?“, raccontano dal customer service di MAQA. “Vale per i clienti privati come per i locali. Il materiale giusto comprato e buttato male vale quanto il materiale sbagliato.

Cosa dicono i numeri

Le bioplastiche compostabili hanno un consorzio dedicato dentro il sistema CONAI, si chiama Biorepack ed è il primo del suo genere in Europa. La sua relazione di gestione più recente indica un tasso di riciclo del 57,8%, sopra l’obiettivo europeo del 55% fissato per il 2030. Il presidente Marco Versari ha indicato l’ostacolo principale in modo esplicito, e cioè la presenza di materiali non compostabili nella raccolta dell’umido, che penalizza il risultato finale.

È il dato che ci colpisce di più, perché racconta un problema che non sta nel prodotto ma in quello che succede dopo“, commentano da MAQA. “Un tasso vicino al 58% con quel tipo di ostacolo significa che il margine è tutto lì. Se nell’umido arrivasse meno roba sbagliata la percentuale salirebbe da sola, senza bisogno di materiali nuovi o di impianti nuovi.

Sul quadro generale l’Italia sta messa bene. La relazione CONAI diffusa a luglio parla di 10 milioni e 970mila tonnellate di imballaggi riciclate nel 2025, il 77,3% di quanto immesso al consumo. Il margine di miglioramento, però, sta quasi tutto nella qualità di quello che i cittadini separano in casa.

Come si riconosce un compostabile vero

La parola biodegradabile da sola non dice granché. Quasi tutto si degrada, la questione è in quanto tempo e in quali condizioni. Il riferimento da cercare sulla confezione è la norma EN 13432, che stabilisce tempi e requisiti precisi, insieme a uno dei marchi che la certificano: il germoglio su fondo verde, la scritta OK compost, il logo Compostabile CIC.

Capita spesso di ricevere richieste per prodotti visti altrove a metà prezzo e presentati come green, che poi in scheda tecnica non hanno nessuna certificazione”, spiegano dall’azienda. “Chi compra in buona fede si ritrova con un articolo che non può andare nell’umido e non è riciclabile come plastica. Il marchio sulla confezione, per quanto piccolo, è l’unica cosa che distingue i due casi.

Un dettaglio che sfugge quasi sempre riguarda il compostaggio domestico. Un prodotto certificato per gli impianti industriali lavora a temperature che una compostiera di casa non raggiunge, quindi rischia di restare lì intero per mesi. Se in giardino c’è la compostiera serve la dicitura specifica per uso domestico, altrimenti meglio il bidone dell’umido comunale.

Ultima raccomandazione, banale ma utile: le regole della raccolta cambiano da comune a comune, e non tutti hanno attivato la convenzione per le bioplastiche. Un controllo sul sito del proprio gestore evita il dubbio.

Perché la questione si porrà sempre più spesso

Sei italiani su dieci, secondo l’osservatorio Pro Carton, hanno cambiato marca nell’ultimo anno per via di una confezione non riciclabile, e l’89% a parità di prodotto sceglierebbe il cartone al posto della plastica. La domanda di alternative c’è, tanto che nel monouso per feste, catering e asporto le referenze compostabili hanno ormai preso il posto di quelle tradizionali su buona parte degli scaffali.

Cinque o sei anni fa il compostabile era la voce che ordinava chi ci teneva in modo particolare, oggi è quello che si ordina e basta“, osservano da MAQA. “Il cambiamento non è arrivato dalle norme, è arrivato prima.”

Da questo lato le cose si semplificheranno. Il regolamento europeo sugli imballaggi prevede che entro il 2028 ogni confezione riporti un’etichettatura armonizzata, con pittogrammi uguali in tutta l’Unione e un QR code che spiega dove va buttato ciascun pezzo. Nel frattempo il germoglio verde sulla confezione resta l’indizio più affidabile, e il bidone da aprire è quello dell’umido.